“Sul palco faccio innamorare venticinquemila persone, poi vado a casa da sola.”
“Sono stato a vedere Bruce Springsteen: le canzoni erano belle, ma non finiva mai. Alla fine non vedevo l'ora di tornare a casa!”
“Nessuno di noi si è mai fatto di eroina, ma certo abbiamo preso altre cose. Sono sicuro che abbiamo dato una grossa mano all'economia sudamericana.”
“Non ho mai associato l'ansia ai Beatles.”
“Non so com'era alloraso un poco come adessoo sei il numero uno o sei il più grande cessoe il tempo che ti danno è fino al ritornelloe tante volte neanche fino a quello.”
Io canto sempre guardando le facce delle prime file, sempre. Non sono di quelli che cantano fissando un punto nel vuoto: ho bisogno di quel tipo di scambio. E quindi vedo come ognuno di loro canta le parole delle mie canzoni, con che tipo di partecipazione. Poi mi sembra di leggerne l’interpretazione. Facce che si aprono. Facce che lasciano venire su. È una specie di processo catartico a cui non resisto. Sempre più facilmente, poi, quando vedo la lacrima silente, è difficile per me trattenere l’emozione. E mi si rompe un po’ la voce, spesso e volentieri. Mi sa che è qualcosa di irreversibile: sono sempre peggio da questo punto di vista. Insomma, un “rockertuttodunpezzo” direbbe che sto diventando sempre di più una mezza sega.